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giovedì 21 giugno 2012

+1 - Ovvero la paglia con Checco, la faccia di Irene il rock di Terry

Se penso all'ultima volta che ho vissuto un attimo di vera pace, di tranquillità cordiale e fumante di tante particelle di relax penso a una mattina di metà maggio. Era il 16, forse il 17. Mi aggiravo per il mitico quartiere Due Ponti, nei pressi della discarica urbana, i Rancid canticchiavano Civilian ways per radio, come al solito, come ogni mattina da quando il viaggio all'asilo Balena blu tocca a me per motivi di maternità (non mia). Una voglia incredibile di sigaretta e la sosta, accostando a destra, per scendere a fumare in santa pace. A volte la vita di villaggio sa essere preziosa. Così capita che alle 8 e 40 del mattino, in quel punto, passi Checco Gozzi, uno che nel Bronx carpigiano ci è cresciuto. Una sigaretta tra amici, due chiacchiere, due cazzate, due parole sull'Inter e un vaffanculo all'assessorato.... da parte mia, che contesto a prescindere e prescindo dalle contestazioni. Non è che si parlasse di molto, la Notte bianca in arrivo, il nostro villaggio in attesa di un'estate da vivere senza collassare di afa e umidità davanti al bancone di un bar, le idee per dare vita e musica alle vie di ogni quartiere. Eravamo lì, io e Checco, nella pace del mattino. Poi, passate le ore, tante o poche che fossero, i problemi di ognuno erano i problemi di tutti. E fu il 18 maggio. Due mesi prima era stato il decimo anniversario della morte di mio padre. Un mese prima avevo scritto l'ultimo post in questo blog. In mezzo c'era stato il mondo. Nella sua ordinarietà, nel suo costante e noioso incedere, spezzato da una sigaretta, una birretta e due cazzate.

mercoledì 18 aprile 2012

Violenza e realtà - Il teppista

Lascio recensione da aNobii su Il teppista, di Giorgio Specchia (Indiscreto, 2011). Voto 3/5.

Una rapida e piacevole lettura sulla storia di Nino Ciccarelli, fondatore del gruppo ultras Viking di Milano, sponda Inter. Una storia che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non parla di emarginazione ma di una vera e propria realtà parallela a quella conosciuta ai più attraverso il quieto vissuto e gli articoli letti sui giornali. La storia di un ragazzino che si fa uomo attraverso il solo ideale del calcio e dei colori da difendere e che vive rimbalzando dentro e fuori il carcere e dentro e fuori la Milano da bere.

C'è violenza nella vita di Nino, violenza prevista da un mondo che vive un'etica diversa da quella delle famiglie della tribuna e violenza fisica che non sembra dare più fastidio dell'ipocrisia di quell'altro pezzo di Milano e d'Italia, quella del calcio sporco, dei vip cocainomani, delle starlette prostitute. Realtà dalle quali Nino entra ed esce con facilità, confrontandosi con mondi diversi senza perdere il proprio principio ideale: credere nel proprio gruppo di fratelli di lotta.

Una storia appassionante ripercorsa su brevi capitoli, veloci come una carica della polizia, talvolta violenti come un pugno un faccia. Dagli stadi non ancora presidiati dalle scorte della polizia dove i ragazzi sono sempre armati di coltello, fino a quelli deserti dell'epoca "tessera del tifoso", un attacco costante alle istituzioni fasulle, alla falsa morale dei Vip, al giornalismo da copia-incolla che non è interessato a informare perché non ha nemmeno voglia di capire.

Un capitolo dopo l'altro che si rincorrono in modo frenetico togliendo forse un po' di vero attaccamento ai personaggi al lettore. Una storia in cui il confine tra il vero e la fiction è molto molto sottile e confonde chi legge rendendolo partecipe di una verità che per anni ha creduto leggenda metropolitana ma che, dall'altra parte, vorrebbe avere gli strumenti per capire dove finisce il marcio inventato e comincia quello vero quando, pagina dopo pagina, si ha l'impressione che la parte reale sia quasi tutta. Come reale è, ed è stato, Nino Ciccarelli, a suo modo protagonista influente di tre decenni milanesi.

domenica 26 febbraio 2012

Il capo dello stato

Qualche giorno fa un tizio cercava di convincermi che è giusto che la Fiat non debba dimostrare a nessuno dove sono i soldi per gli investimenti promessi, che non debba concordare nulla, che servirebbe concedergli la stessa fiducia concessagli in Chrysler. Ora, fermo restando che negli Usa sono stati praticamente costretti a finanziare l'operazione per salvare tutto ciò che era presente dentro il pacchetto di Detroit (fondi pensione e sanitari dei dipendenti inclusi) e che il progetto Marchionne non ha aggiunto nulla di quanto non fosse già allo studio o in produzione, questo discorso può valere appunto negli Stati Uniti, non in Italia dove lo Stato poi deve sempre correre a tappare i buchi economici lasciati da imprenditori di qualità. Soprattutto parlando di Fiat, è difficile pensare che con tutti gli aiuti pubblici ricevuti, l'industria torinese possa pensare di evitare ogni tipo di colloquio con le istituzioni governative. Cosa che sta puntualmente accadendo. Cosa che in Germania, altro posto dove lo stato è intervenuto in aiuto delle imprese, non è successa e Marchionne è tornato da Berlino con la coda tra le gambe.

martedì 21 febbraio 2012

Acab in Eden

ACAB_piccola Capita che un film molto discusso, contestato, apprezzato ed atteso arrivi a Carpi, non sull’Isola di Pasqua, dopo quasi un mese dalla sua uscita su suolo nazionale. Che poi nessuno, da queste parti, ha la pretesa di avere l’anteprima assoluta, ma la provincia di Modena non è così difficile da trovare sulle cartine. Eppure per vedere quell’Acab di cui tanto si è discusso nelle settimane scorse senza prendere l’auto e farsi un po’ di chilometri (pochi davvero) serve aspettare almeno tre settimane. Come non bastasse il film finisce in programmazione al cinema Eden, che ha un suo perché già a partire dal nome. Un paradiso che proietta film incollato ad un edificio della curia. Non pagano l’Ici quelli dell’Eden, anche se i loro biglietti costano come quelli dei cinema che l’Ici lo pagano e le offerte per spendere meno non valgono nei week end. A volte valgono a volte no a dirla tutta, ma non è che voglia parlare di questo. L’Eden, appunto, ha tolto le sedie da bar sostituendole con comode poltroncine da cinema quando le altre sale aprivano ormai al 3D. Per attendere il 3D si suppone quindi che dovremo aspettare che la concorrenza offra film in odorama (una simpatica pellicola puzzolente da passarsi sotto il naso in base alla scena del film. Uccidono uno e tu puoi annusare quella parte di pellicola che odora di sangue. C’è un tizio che sta cagando e, be’, devi odorare là. Fa tutto molto realistico se ci pensi bene) o in “presa diretta”, cioè una sorta di teatro dove vedi gli attori che girano il film in quel momento e magari, se ci scappa la rissa nel saloon, prendi due cazzotti in faccia pure tu.

martedì 14 febbraio 2012

La lana della salamandra

Nel constatare che anche per la giustizia italiana, e non solo per quella etica e morale, i gran capi di Eternit sono dei criminali, mi spingo a consigliare un libricino che lessi qualche anno fa e che mi spiegò, con le parole dei sopravvissuti e quelle di chi non ce la fece, quello che è il dramma di Casale Monferrato. Eternit è diventato sinonimo di morte in un tempo troppo recente rispetto alla sua storia, in una ricerca che riuscisse a correlare il cancro all'amianto durata 40 anni, in una battaglia condotta dai cittadini di Casale che perde le proprie origini in un tempo lontanissimo. La lana della salamandra di Giampiero Rossi (Ediesse, 2008), giornalista d'assalto diremmo per questa opera, è una storia devastante ma che si lascia leggere con attenzione e delicatezza, senza scagliare mai nel baratro il lettore, colpendo però allo stomaco come solo una terribile malattia potrebbe fare. Rossi ripercorre la storia della fabbrica, della città, delle persone, dell'Associazione delle vittime, delle organizzazioni, delle donne e degli uomini che a un certo punto lottarono perché la verità emergesse. Lottarono per gridare che l'amianto faceva ammalare. E uccideva.

mercoledì 8 febbraio 2012

Articolo Deaglio

E' piacevole segnalare che nell'Italia dei bamboccioni, degli sfigati che a 27 anni ancora studiano e magari si mantengono da McDonald's con dei cappellini idioti in testa che non possono rifiutarsi di portare, nell'Italia che si illude coi posti fissi, i diritti e le certezze vi siano esempi come quello di Silvia Deaglio, una ragazza come tante, una che con l'impegno ha dimostrato di poter arrivare in alto senza tanto piangere sul precariato e sul lavoro vicino a casa di mamma e papà che tanto con la media salari dei precari un affitto chi non riesce a pagarlo? Al massimo si fa un turno in più a vendere patate fritte. Classe 1974, Deaglio è una mente brillante e nessuno ne mette in discussione le capacità professionali. Laureata a 24 anni in medicina e specializzatasi a 28 in oncologia, a 32 ottiene un master ad Harvard. Oggi ha un posto fisso all'Università di Tornio (dove insegnano il padre e la madre, che non vuol dire nulla, per carità...) come associata di Genetica medica (associata, si badi bene, sei anni prima della media di quegli sfigati che hanno il suo stesso percorso lavorativo) e continua a fare ricerche con fondi privati. E non è la prima volta, visto che per un certo periodo tra occupazione e borse di studio lavorava su tre fronti e su diverse latitudini. E' facile fare demagogia pensando alle ricerche svolte con la fondazione legata a Impresa Sanpaolo, quella fondazione di cui la mamma, all'epoca, era vicepresidente. Ci si chiede però, ovviamente, se questa sia la meritocrazia che intende l'attuale governo ogni giorno che insulta giovani, precari, lavoratori e disoccupati. Perché pur volendo pensare che la Dottoressa Deaglio è davvero brava, e non pensiamo certo il contrario, il dubbio su come si siano aperte facilmente le porte per lei un po' ci coglie. E troviamo inspiegabile che gli "amici" di famiglia facciano anche sarcasmo su quei pari età che provengono da radici familiari un po' più disagiate. O non hanno parenti importanti. Ci consoliamo col fatto che l'Articolo 18 in tutto questo è fuori discussione: chi cazzo la licenzia una così? Non sua mamma che di mestiere, precario, fa il ministro del Welfare. Tra le altre cose ovviamente. Facessero i politici, di tanto in tanto...